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           Era una dolce sera estiva ad Hehlrath, una piccola parrocchia nei pressi di Aquisgrana, oltre vent’anni orsono. Commensali, oltre a me, erano il parroco del luogo, un sacerdote austero e colto, che ci ospitava, e il parroco della parrocchia vicina, condiscepolo nella Facoltà di Diritto Canonico della Pontificia Università Gregoriana.

            Non ricordo l’argomento, ma fui costretto a ricordare nel discorso che il problema sottoposto si sarebbe potuto risolvere con un’apposita delega concessa dalla competente autorità ecclesiastica (che, nel caso, se non ricordo male, doveva essere romana). Replicò immediatamente il parroco che ci ospitava: la delega no; il diritto germanico non la prevedeva; è fonte di confusione.

            Da allora - da quella asserzione apodittica - la problematica della delega è sempre rimasta in primo piano. Non ho potuto verificare se realmente la delega sia istituto giuridico estraneo o almeno non affine al diritto germanico. Un dubbio mi rimase che quella reazione fosse più da collegarsi ad una forma, seppur blanda, del complesso antiromano. Un interesse, invece, in merito al rapporto tra l’ordinato concorso degli uffici ecclesiastici e il disturbo o la rottura che vi si introduce con la delega, è sembrato degno di sfociare in uno studio accurato, sia nei suoi aspetti teorici sia nei suoi aspetti applicativi, che potesse verificare quegli effetti collaterali della delega e, se del caso, delimitarli, se non eliminarli.

            La tematica della potestà delegata è molto vasta e si è giunti quindi alla determinazione di limitarsi nella parte monografica ad alcuni aspetti che sono di maggiore attualità e di più stretta prospettiva applicativa.

            Il primo contributo, di G. Paolo Montini (coordinatore della parte monografica del presente fascicolo e a cui si deve la soprastante narrazione in prima persona), affronta la questione della facoltà di delegare la potestà. Lo spunto è dato dall’assenza nella normativa codiciale della richiesta di una causa canonica che giustifichi la delega della potestà, a differenza della facoltà di dispensare, rigidamente sanzionata fino alla previsione di invalidità della dispensa in assenza di causa «giusta e ragionevole» (cf can. 90 § 1). Questo rilievo, confermato nella ricerca, è messo in luce al fine far risaltare la normalità della delega, funzionale ad una messa in atto pronta, flessibile e quanto più efficace dell’ufficio pastorale affidato. Questa osservazione esalta inoltre la interpretazione personale che ogni titolare realizza dell’ufficio che ricopre. Naturalmente questo deve coordinarsi con la struttura degli uffici nei quali si svolge la vita della Chiesa: a questa armonia tra uffici e deleghe contribuiscono molti istituti giuridici e una buona prassi di redazione dei decreti di delega.

            Nel secondo contributo Mauro Rivella applica la normativa canonica sulla delega all’ambito patrimoniale, soprattutto dell’amministrazione dei beni temporali della Chiesa. Il contributo analizza punti di contatto e differenze tra delega canonica e procura notarile per il compimento di atti patrimoniali civilmente rilevanti e ciò in peculiare riferimento alla diocesi e alla parrocchia.

            Nel terzo contributo Roberto Interlandi affronta una topica recente sulla potestà delegata: possono i laici ricevere potestà delegata e, se del caso, ci sono dei limiti? L’A. premette la lettura del can. 129, che consente anche ai laici l’accesso alla potestà anche delegata; enuclea poi due principi che guidano la delegabilità della potestà ai laici per i casi (la maggior parte) nei quali la normativa canonica tace sulla specifica questione del limite della delega ai laici, ossia l’indole secolare dei laici e la riserva ai chierici degli uffici intrinsecamente gerarchici. Dell’applicazione di questi principi viene offerta una esemplificazione, come pure una valutazione giuridica.

            Il quarto contributo, di Matthias Ambros, affronta un tema arduo, ossia come si fa ricorso contro una decisione emanata da un delegato: nel caso il ricorso va indirizzato immediatamente al delegante oppure va prima contattato il delegato? E nel primo caso si tratterebbe di un ricorso gerarchico o di una rimostranza? La soluzione - di grande importanza per la prassi - è proposta attraverso una serrata esegesi del can. 1734 § 3, 10 e una adeguata considerazione della natura della potestà delegata: il ricorso (gerarchico) al delegante deve essere preceduto dalla rimostranza al delegato.

            Per la rubrica «Commento a un canone», Fabio Franchetto approfondisce il canone sul concistoro ordinario (can. 353 § 2), continuando l’analisi già avviata nel primo fascicolo del 2019 con la normativa sul concistoro straordinario.

            Prosegue poi la pubblicazione annuale, ormai diventata un appuntamento stabile, di un prospetto di procedura amministrativa. Quello di quest’anno, il quarto della serie, è dedicato alla dimissione di un religioso di voti perpetui da un istituto diocesano; il prospetto, offerto in allegato alla rivista, è introdotto da una breve presentazione all’interno del fascicolo.

            Per la rubrica QDEonline viene affrontato in questo numero un quesito circa la correttezza della prassi, talvolta attuata, secondo la quale tutti i vescovi presenti alle ordinazioni presbiterali impongono le mani sugli ordinandi.

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