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     Chiunque operi in una curia diocesana italiana in questi anni ha certamente esperienza delle numerose richieste che provengono da italiani sparsi in tutte le parti del mondo per avere, per il tramite dei registri di battesimo, attestazione della nascita dei propri avi, al fine di dimostrare la cittadinanza. Il ricorso al mondo ecclesiale per tale documento è dovuto al fatto che sono gli archivi ecclesiastici a svolgere il ruolo di anagrafe di stato in epoca preunitaria (la stessa realtà dell’anagrafe del resto sorge in connessione alla normativa canonica tridentina sui matrimoni), conservando e gestendo preziose informazioni per la vita delle persone.

     Tale circostanza evidenzia come da tempo la Chiesa custodisce dati rilevanti, con consumata esperienza (si consideri per esempio il fatto che in molte diocesi esistono archivi centralizzati da cui è possibile risalire agli archivi locali di competenza) e con attenzioni che hanno preservato nel corso dei secoli le informazioni in modo sicuro e rispettoso della riservatezza (nonostante la vasta mole di dati non si segnalano casi rilevanti di informazioni violate o smarrite).

     Questo non toglie che le circostanze attuali pongono in questo ambito la necessità di un aggiornamento, che tenga conto dei rinnovati mezzi tecnologici (con possibilità di conservazione e di diffusione dei dati sino ad oggi impensabili) e di un’accresciuta sensibilità della società civile verso il diritto di ognuno alla gestione delle informazioni che lo riguardano. Questo trova espressione nella tematica globalmente ricondotta al tema della privacy, sorta come difesa della sfera privata dell’individuo ed oggi intesa più globalmente come diritto del soggetto a disporre in merito ai dati che lo concernono e al modo in cui sono trattati.

Primo frutto di questo aggiornamento in sede canonica in Italia fu la promulgazione, il 20 ottobre 1999, da parte della Conferenza episcopale italiana [= CEI], di un decreto generale che raccoglieva, tra l’altro, la sollecitazione posta dal formarsi in sede civile italiana di una legislazione in materia (cf la legge 31 dicembre 1996 n. 675 emanata a seguito della direttiva europea 95/46/CE, che conobbe un significativo aggiornamento con il decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196, Codice in materia di protezione dei dati personali). La norma, propria dell’ordinamento canonico, vuole essere una concretizzazione per la Chiesa che è in Italia del diritto dei fedeli di cui al can. 220, che concerne la buona fama e l’intimitas, ossia la tutela di quella dimensione interiore della vita personale che è imprescindibile per il cammino dei fedeli verso la santità.

     Il decreto viene recentemente sostituito, in concomitanza con l’entrata in vigore di una nuova normativa civile a livello di Unione europea, valevole nei singoli stati membri (si tratta del Regolamento generale sulla protezione dei dati, del 27 aprile 2016, entrato in vigore in Italia il 25 maggio 2018), da un nuovo decreto CEI, in data 24 maggio 2018, che riordina integralmente la materia.

     Il primo contribuito di questo fascicolo, di Marino Mosconi, avente come titolo La normativa della Chiesa in Italia sulla tutela della buona fama e della riservatezza: dal decreto generale del 20 ottobre 1999 al decreto generale del 24 maggio 2018, si propone proprio di esplorare nel dettaglio le caratteristiche dell’ultimo aggiornamento introdotto (nel 2001 i «Quaderni di diritto ecclesiale» avevano già proposto uno studio sul decreto CEI del 1999), per evidenziarne le caratteristiche e per mostrare e valutare criticamente le scelte effettuate, avendo come sfondo i principi dell’ordinamento canonico (a partire dal disposto del can. 220). Il contributo si presenta così di taglio pratico, come un contributo per una prima applicazione della rinnovata normativa.

     Il contributo di Alberto Perlasca, dal titolo Elementi peculiari e aspetti irrinunciabili della normativa canonica nella tutela della buona fama e della riservatezza, richiama poi le principali attenzioni dell’ordinamento canonico nell’ambito del trattamento dei dati, richiamandone gli aspetti irrinunciabili. Lo studio evidenzia anche quelle che sono le principali criticità emerse dall’esperienza concreta di questi anni (sino alla recente istruzione sulla riservatezza delle cause, del 6 dicembre 2019).

     Un necessario approfondimento è quello offerto da Alessandro Giraudo, che nel suo contributo La tutela della riservatezza e della buona fama nel trattamento dei dati di natura digitale, prende in considerazione il rilievo specifico della tecnologia nel trattamento dei dati, mostrandone gli aspetti problematici, le opportunità e in particolare evidenziando le attenzioni da avere nel trattamento di informazioni che non sono solidali a un supporto materiale che le contiene ma che, per la loro stessa natura (digitale), sono sempre orientate potenzialmente a una diffusione ad ampio spettro.

     Conclude la parte monografica del fascicolo lo studio di G. Paolo Montini, I tribunali ecclesiastici competenti in materia di privacy in Germania, che offre un’analisi delle scelte effettuate dalla Conferenza episcopale tedesca, con la costituzione del Tribunale interdiocesano di prima istanza per la protezione dei dati e del Tribunale della Conferenza episcopale tedesca di seconda istanza per la protezione dei dati, cui poter ricorrere dopo aver affrontato, a livello della prevista autorità di controllo, eventuali controversie concernenti la normativa canonica in materia di tutela dei dati. L’analisi lascia trasparire la tematica più ampia dell’opportunità dell’istituzione dei tribunali amministrativi nella Chiesa.

     Nella seconda parte del fascicolo vengono pubblicati: per la rubrica Commento a un canone, un testo di G. Paolo Montini sul can. 909 riguardante la preghiera del sacerdote celebrante prima e dopo la Messa; e uno studio di Carlo Redaelli sulle finalità dei beni ecclesiastici.

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