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            «Parochum dari populo, non parocho populum»: si dà un parroco al popolo, non un popolo al parroco. Con queste enfatiche parole della Sacra congregazione del Concilio del 1889 (ASS 13 [1880] 299), in pratica uno slogan, si preannunciava nella Chiesa dopo il concilio Vaticano I - un concilio che pure non si era esplicitamente denominato “pastorale” - la procedura amministrativa o disciplinare più celebre e più foriera di innovazioni, ossia quella della rimozione dei parroci, che poi sarà sanzionata con il decreto Maxima cura del 1910.

            Se la normativa del citato decreto troverà piena accoglienza nel Codice pio-benedettino ai canoni 2147-2161, non si realizzerà quella espansione o universalizzazione del processo disciplinare che i canonisti più illuminati dell’epoca avevano proposto, proprio a partire dalla normativa sui parroci:

« [...] il Decreto “Maxima cura” [...] da solo, basterebbe per immortalare un pontificato. “Salus enim populi suprema lex est, et parochi ministerium fuit in Ecclesia institutum, non in commodum eius, cui committitur, sed in eorum salutem pro quibus confertur”! Ora questo – proportione servata – si può e si deve applicare non solo al ministero parrocchiale, ma a qualunque beneficio, o meglio officio, che è soprattutto un ministerium sacrum, costituito per il bene della Chiesa e l’edificazione del popolo cristiano» (Parte III. Delle disposizioni amministrative e disciplinari. Voto di Mons. Luigi Sincero, p. 60).

            La mancata previsione di una normativa generale dei procedimenti disciplinari e la stessa assenza o marginalità del termine disciplinare bastarono a porre il diritto disciplinare canonico in un limbo: quod non est in Codice non est in mundo, ossia le tematiche che non sono recepite verbalmente nel Codice restano marginali anche nella dottrina, nell’insegnamento e nella prassi.

            Neppure il concilio Vaticano Il, nominatamente “pastorale”, e neppure il Codice susseguente riuscirono a rompere questo silenzio.

            Merita perciò che a questa tematica del diritto disciplinare si dedichi l’attenzione della parte monografica di questo fascicolo sia per mostrarne i frammenti legislativamente vigenti, sia per dimostrare la sua applicabilità vastissima attuale, ma soprattutto per mostrare limiti e vantaggi di questa disciplina, che è stata definita «un diritto penale in miniatura».

            Il primo contributo (Montini) intende chiarire prima per esclusione e poi per definizione, che cosa si intende per diritto disciplinare e mettere in luce le potenzialità di questo istituto vigente ancorché non sanzionato da una normativa generale universale. Se quest’ultima carenza nuoce alla sua diffusione, gli serve per rendersi più malleabile e adattabile alle singole fattispecie ed esigenze.

            Il secondo contributo (Bianchi) illustra l’ambito più esercitato dal diritto disciplinare canonico: quello giudiziario o forense. A ciò ha senz’altro contribuito l’esempio molto visibile del diritto disciplinare che concerne gli avvocati, una categoria di operatori della giustizia da sempre ingiustamente sotto la lente di ingrandimento della vigilanza: «Sanctus Yvo erat Brito / Advocatus sed non latro / Res mirabilis populo», canta ancor oggi l’inno per il santo Patrono degli Avvocati, Sant’Ivo di Hélory de Kermartin (1253-1303). L’allargamento oggi della vigilanza a tutti i ministri del Tribunale ha comunque confermato un’ampia normativa, parallela per molti versi a quella civile.

            Il terzo contributo (Rivella) descrive la normativa disciplinare che concerne la Curia Romana: una normativa avanzata, esemplare, completa; essa non solo contempla un testo normativo che prevede la tipizzazione di illeciti disciplinari e di sanzioni corrispondenti, ma conosce anche una procedura propria, comprensiva di una Commissione disciplinare propria, che ha sviluppato una certa prassi, verificata peraltro da alcuni ricorsi sui quali si è pronunciata la Segnatura Apostolica. Si tratta di una buona fonte esemplare per altre istituzioni che intendano formalizzare un proprio diritto disciplinare.

            Segue una nota (Montini) che intende – con l’ausilio di un esempio giurisprudenziale singolare – menzionare l’esperienza ecclesiastica tedesca di un diritto disciplinare per i pubblici funzionari ecclesiastici laici, un’esperienza tratta soprattutto dalla storia istituzionale di quel Paese e che corre in parallelo con il diritto disciplinare statale in tema di pubblici ufficiali.

            La seconda parte di questo numero della rivista contiene anzitutto la presentazione di un prospetto di procedura allegato al fascicolo, analogamente a quanto fatto lo scorso anno per la procedura di rimozione dei parroci; in questo caso, il sussidio è dedicato alla dimissione del religioso di voti perpetui appartenente a un istituto di diritto pontificio. Prosegue poi la pubblicazione delle relazioni tenute ai corsi estivi organizzati dalla redazione della rivista: con il testo di Grazian relativo al coinvolgimento del collegio dei consultori e del consiglio diocesano per gli affari economici si concludono le relazioni relative al terzo anno del corso sui beni ecclesiastici, svoltosi nel 2015; mentre con la cronaca del corso, curata da Giraudo, e con la relazione di Mingardi sul tema dell’errore di diritto (can. 1099), si inizia la pubblicazione del corso tenuto a Perugia nel 2016 riferito alle cause di nullità matrimoniale.

            Da ultimo, riteniamo di fare un servizio gradito ai nostri lettori, in particolare a quanti hanno acquistato il Codice di diritto canonico commentato edito a cura della nostra Redazione, allegando a questo fascicolo un inserto di aggiornamento del volume relativo al can. 838, il cui testo è stato recentemente modificato con il motu proprio Magnum principium di papa Francesco. L’inserto contiene sia il testo innovato del canone, sia un nuovo commento che tiene conto delle modifiche introdotte. L’inserto è anche scaricabile come file in formato pdf dal sito internet della rivista: www.quadernididirittoecclesiale.org.

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